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“Ricordare i nomi e le storie di chi ha perso la vita per la speranza di una vita migliore non è un gesto di bontà, ma ci tira fuori dalla melma della nostra indifferenza e della nostra autoreferenzialità”. Con queste parole nette monsignor Giacomo Martino, il direttore regionale ligure della Fondazione Migrantes, ha concluso la preghiera “Morire di speranza” organizzata dalla Comunità di Sant'Egidio nella basilica della Ss. Annunziata del Vastato a Genova in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato per ricordare le donne e gli uomini che hanno perso la vita lungo le rotte delle migrazioni. Radunate in chiesa, diverse centinaia di persone, italiani e migranti, alcuni parenti e amici di chi ha perso la vita in mare negli ultimi anni. “La speranza - ha spiegato monsignor Martino, che era affiancato da don Maurizio Scala di Sant'Egidio e da padre Filip Sorin della Chiesa ortodossa romena - è più grande della morte e della paura e questo è decisivo in un tempo in cui c'è chi, con la paura, vuole governare la nostra vita”. Sull'altare sono state accese candele, mentre venivano lette le storie e i nomi di alcuni dei quasi 67mila morti e dispersi dal 1990 ad oggi nel tentativo di raggiungere l'Europa. Tra loro, anche le vittime del naufragio di lunedì scorso, al largo della Calabria, tra cui decine di bambini. Contemporaneamente alla veglia, nei locali dell'Annunziata, un vasta delegazione di fedeli musulmani ha pregato secondo le stesse intenzioni, per poi unirsi alla cerimonia in basilica. A guidarli, Mohamed Abou Ebrahem, imam della moschea di via Balbi





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