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OCCHI SUI GIOVANI SENZA IGNORARE IL LORO DISAGIO

22 gennaio 2026
GIOVANI, DISAGIO GIOVANILE
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Lunedì il direttore Brambilla si chiedeva retoricamente in questo spazio: «Se fosse già stato in vigore il decreto sicurezza che il governo ha in mente di varare dopo i fatti della Spezia, il giovane Zouhair non avrebbe accoltellato e ucciso il compagno di scuola Youssef?».

No, ci sentiamo di dire con lui. O per lo meno non siamo in grado di saperlo senza conoscere almeno un po’ le storie di quei giovani, le dinamiche di gruppo in cui erano inseriti e soprattutto quell’intrigo di contraddizioni che sono i loro animi, come quelli di ogni giovane. Tuttavia quella domanda retorica è decisiva, non tanto per capire loro, quanto per dirci qualcosa su di noi. L’alluvione di parole con cui abbiamo provato a coprire il nostro sgomento è la prova di quanto siamo poco pronti, come società, ad affrontare l’irrompere del male vicino a noi, a prenderne coscienza, prima ancora di attrezzarci per elaborare una risposta.

Per questo, mi pare, in tanti si sono affrettati a cercare un capro espiatorio: per mascherare la nostra difficoltà a reggere la frustrazione di non capire e di non poter reagire in modo immediato e definitivo.

Il male, si è detto, viene da un’etnia, o dalla cultura aggressiva che i giovani respirano dalla società. Oppure si nasconde proprio in loro, nei giovani, che amiamo dipingere ora come fragili, da proteggere e psicanalizzare, ora come coatti violenti e indomabili.

Le etichette, però, così come provvedimenti inflessibili presi senza un pensiero, servono solo a rassicurare noi adulti e a preservarci dalla fatica di parlare con loro, di fare loro spazio nel mondo. Così, anche i “maranza”, che tutti vogliono stigmatizzare e mettere al loro posto chi sono? Sono quei ragazzi che un “loro posto” non ce l’hanno: sradicati, spinti ai margini nelle periferie, all’ombra della dispersione scolastica, di percorsi migratori o esistenziali senza un progetto, senza strumenti culturali, senza che sappiano dominare le parole per decifrare e controllare le emozioni che li ingabbiano. Molti di noi non li incontrano mai e quindi non ne conoscono il vissuto a parte quando affiorano alla cronaca con esiti di devianza.

Allora prima di fingere di avere una risposta definitiva ai problemi di questi ragazzi dovremmo, tutti, cominciare a guardarli, ma per intero, senza ignorare il loro disagio. Probabilmente non risolveremo i loro problemi, ma potremmo dire di non averli lasciati soli ad affrontarli.

Sergio Casali

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